Manifesto programmatico

Ovvero in che modo voglio parlare di libri

Quando lavoravo alla Keller editore mi capitava spesso di parlare dei libri che pubblicavamo. Non ero l’unica. C’era l’editore, che inquadrava l’autore, l’importanza del libro, ne raccontava la trama. C’era la mia collega, Sara, che pur odiandolo, anche lei veniva buttata nell’arena e doveva dire qualcosa. C’era a volte il traduttore o la traduttrice, il giornalista o l’esperto di quel ramo della letteratura.

Ma io cosa avevo da dire?

Cosa avevo da dire io che potesse aggiungere qualcosa alle loro parole?

Io avevo parlato con l’autore. Ecco la differenza. Non davanti a un pubblico, ma a un caffè. Avevamo percorso chilometri stretti nella mia Panda: alcuni si addormentavano, altri si confidavano, altri rimanevano abbottonati (pochi), in tanti volevano sapere di me. Io ero l’addetta stampa, quella figura anche conosciuta come la balia, la dama di compagnia, la confidente, la migliore amica, la colf, la… Ero quella persona a cui si affidano gli scrittori durante i loro tour di presentazioni, nelle fiere, nella loro presenza al servizio della casa editrice.

La tata degli scrittori

Considerate poi che lo stereotipo sullo scrittore che si muove benissimo tra gli scaffali e come un ebete nel mondo, bè, un po’ è vero. Gente che fa il giornalista d’assalto e non sa prendere un trenino da Ciampino a Termini, viaggiatori incalliti che vanno in panico per il bagaglio della Ryanair, donne di mondo che non sono capaci di trovare l’acqua frizzante sul tavolo. Gli esempi sono infiniti.

Aggiungete poi che il 99% degli autori della Keller editore NON PARLA ITALIANO, e avete un quadro abbastanza preciso della situazione che mi trovavo ad affrontare.

Insomma, ero il loro TUTTO. Ed era una delle parti più belle del mio lavoro.

La parte più bella del mio lavoro

Perché è durante le ore di treno, durante i pasti a due e l’attesa del pubblico che gli scrittori danno il meglio di sé. Una volta uno di loro mi aveva confidato che durante le interviste aveva imparato a portare le domande inevitabilmente dove voleva lui. Qualsiasi esse fossero, qualsiasi intervistatore si trovasse davanti. “Alla fine dico sempre quello che voglio io.” 

Non è mica sempre così, intendiamoci. Ne ho vista un’altra agitarsi sulla sedia e dire: “Ma cosa faccio? Ripeto sempre le stesse cose? Non sono mica noiosa così?”.

Però è per dire che, consapevoli o meno, è nelle situazioni informali e più intime che ognuno di noi riesce ad aprire squarci interessanti sulla propria vita ma anche e soprattutto sul proprio lavoro. Uno spiraglio di verità che non cerca di impressionare, o lo fa meno, che vuole sinceramente rispondere alla tua domanda, alla tua curiosità, e la capisce in pieno.

Ecco allora che io avevo deciso di raccontare, ogni volta che mi veniva chiesto, del mio incontro con il libro, della mia storia personale, dei momenti nascosti che solo io conoscevo. Perché tutto il resto, bè quello era già stato detto.

Preferire le storie alle recensioni

Non so se è da allora che mi è rimasta l’abitudine, ma di certo è la mia idea della lettura di un libro. Non sono una critica letteraria, non sono una giornalista, e neanche una professoressa universitaria. Niente esegesi del testo, niente inquadramento storico. Vorrei solo raccontare un’esperienza. La storia del mio incontro con il libro.

Perché possiamo dire quello che vogliamo, ma alla fine la lettura di un libro è sempre un fatto personale, non ha quasi niente di oggettivo e valido per tutti. È sempre l’incontro di due storie, è sempre una relazione. Dipende dal lettore, dallo scrittore, dal momento in cui avviene, dal contesto e da quello che ci si trova dentro, o non ci si trova. Grazie a dio, insomma, è qualcosa di personale e soprattutto di LIBERO.

Perché ci sono così pochi spazi di libertà al mondo che l’ultima cosa che voglio è DOVER leggere questo o quello o, ancor peggio, DOVER pensare una cosa o l’altra delle mie letture.

Questo è il mio spazio, questa la mia storia, queste le mie letture.