Traduzioni

Tradurre la miniera

Sta arrivando il nuovo Chalandon: LE JOUR D’AVANT

“E io penso che il mondo marcia marcia, ma per i poveracci marcia sempre da fermo mentre per i ricchi signori minchioni marcia in avanti sempre meglio.”

Sto traducendo il nuovo Chalandon (per chi non sapesse di chi parlo, leggete qui). Ed è Chalandon allo stato puro. È sangue e sudore, polvere e carbone. È lacrime mai asciugate e pianti mai bagnati.

Di che parla?

Il fatto è questo: 27 dicembre 1974, ore 6:19, la miniera di Liévin brucia. Muoiono 42 minatori. Quarant’anni dopo, il fratello di uno di loro torna per vendicarsi.

Non sto a raccontarvi il colpo di scena, anzi i colpi di scena, sappiate solo che ce ne sono diversi. E che a me Chalandon li ha raccontati TUTTI prima ancora di finire di scrivere il libro.

Ecco appunto.

Ma ieri stavo traducendo dei passi finali e avevo gli occhi lucidi. Chalandon fa questo effetto: si piange come vitelli sia a tradurlo, che a leggerlo che a incontrarlo. Ogni evento un crying party. Olè!

Questione di traduzione

Ma il problema qui è di traduzione. Perché il mondo minerario è un mondo chiuso, non solo chiuso “al fondo”, sottoterra, ma chiuso per davvero, che presuppone un linguaggio tutto suo. Che è particolare anche in francese, oltre che spesso legato alla lingua piccarda del Nord.

A tal proposito, vi consiglio di farvi due risate con Giù al Nord, e se riuscite guardatelo in francese, perché merita lo sforzo.

Come dicevo, dunque, ogni cosa prende un proprio nome: dalle figure professionali (l’abbattitore, il gassista, il vagonaio,…) a tutte le piccole cose che fanno parte della quotidianità del minatore.

Il pane d’allodola e il briquet

Il pane d’allodola che veniva riportato ai bambini dai padri neri di carbone alla fine del turno: un modo per collegare la vita “di sotto” e quella “di sopra”. L’allodola infatti è un tipico uccelletto dei campi, che quindi faceva compagnia ai lavoratori. E in lingua piccarda si mantiene lo stesso termine per indicare l’uccellino e il bambino.

O ancora, tra le parole di cui ancora si dibatte riguardo alle origini, c’è quella di briquet. Cos’era? Lo spuntino, di solito composto da fette di pane imburrata e da caffè zuccherato, perché l’idratazione in miniera era fondamentale.

Ma come recuperare tutto questo vocabolario?

Dove cercare

La risposta è sempre cercare nella letteratura. Per primo Zola, che ha scritto il classico più importante sulla miniera. Germinale. L’unico problema è che la traduzione è stata fatta in un momento in cui si cercava il più possibile di “normalizzare”, cioè di portare tutto il mondo da tradurre in quello comprensibile dell’italiano.

Cosa succede del briquet? Diventa “panini”, viene semplicemente aggirato e ignorato. È lo stesso fenomeno per qui fa diventare i donuts delle ciambelle, e i pancake delle frittelle.

Nessun aiuto, dunque. E io ho deciso di tenerlo così, per consegnare anche al lettore italiano un pezzo dell’esperienza che sto facendo anche io. In corsivo.

Ho cercato in qualcosa di più recente, ed è spuntato questo libro molto bello, La catastròfa Che raccoglie testimonianze dei sopravvissuti e delle famiglie del disastro di Marcinelle, dove tanti furono gli italiani morti. Vabbè, straziante.

Da qui la prima soluzione. Il porion: quel capetto di miniera così chiamato perché, come un poireau, un porro, se ne stava fermo e lasciava gli altri lavorare. Un precedente: Paolo di Stefano lo chiama portone. Evvai.

Poco alla volta quindi, cerca di qua, cerca di là, qualcosa salta fuori. Il resto?

Il resto dovrete affidarvi a me e sperare che qualcosa di quel mondo lì, come la polvere nei polmoni di quei pover’uomini, mi sia entrato dentro.

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