Chi sono,  Traduzioni

Tradurre l’intraducibile

Ovvero la traduzione di libri delicati

“Se i delitti si moltiplicano, diventano invisibili.

Se le sofferenze diventano insopportabili, non si sentono più le grida.

Anche le grida cadono come la pioggia d’estate.”

Bertolt Brecht

La scorsa estate, insieme a Guardaroba di Jane Sautiere, ho lavorato anche a un altro libro.

Guardaroba era un libro molto breve, che però aveva una lingua asciutta ed elegantissima che ha richiesto per me un grandissimo sforzo e un lavoro certosino di limatura che a tratti mi lasciava riversa sulla scrivania.

Per l’altro titolo i problemi sono stati completamente diversi.

La bambina sulla banchisa

La bambina sulla banchisa

di Adélaïde Bon

Editore: edizioni e/o

Pagine: 208

Traduzione dal francese: Me Medesima

Eccolo qui. Un libro che sembra innocuo. E che invece dentro porta una forza devastante e devastatrice.

La storia è questa: Adélaïde da bambina viene violentata da uno stupratore seriale. Il racconto non è quello della sua discesa negli abissi e delle meduse che piano piano si insinuano nella sua vita rovinando tutto, ma quello della sua difficoltosa risalita in superficie. Della lotta con quelle meduse che stringono la morsa ma che lei impara a riconoscere e combattere.

Posso assicurarvi che leggerlo è innegabilmente doloroso, ma anche molto utile e molto bello.

Tradurlo però… tradurlo è una cosa diversa.

Tradurre fa più male

Ci sono stati momenti in cui, pur essendo la quarta o quinta volta che rileggevo certi passaggi, in cui mi commuovevo. In cui sentivo male, provavo paura e rabbia.

Momenti in cui la forza delle parole e dei fatti non perdeva vigore, anche visti così da vicino e così ripetutamente.

Momenti in cui non potevo non pensare a me. Alla mia bambina. A quella mamma. A io, che sono mamma. Alla mia bambina che è femmina e a io che sono femmina.

A quando la sua di mamma scopre davvero quel che è successo, sente il peso di quell’orrore, gli anni di sofferenza, in cui racconta del pediatra che la visita e dice “è del tutto anomalo”. Quello è il momento per me più difficile.

Non si smette mai di essere chi siamo

Perché comunque, sono traduttrice, ma non smetto mai di essere mamma. Da quando lo sono, non posso smettere. E lo sono anche in quel momento, quando devo cercare le parole giuste, quelle vere e plausibili, quelle precise e mediche, giuridiche e corrette per dire lo stupro di una bambina di nove anni.

Una volta terminata la traduzione Adélaïde l’ha voluta rivedere, per controllare che quelle parole che tanto aveva impiegato a trovare (quelle sue, emozionali e private, quelle giuridiche, che portano giustizia) fossero quelle corrette.

Le parole curano

Questo libro richiedeva la precisione delle parole giuste. Perché un piccolo spostamento avrebbe rovesciato tutto daccapo. Perché era importante chiamare i mostri con il loro nome e l’orrore con la sua definizione.

Perché è con le parole che si addomestica il dolore e con le parole che si coprono i fatti e si nascondono le ferite inferte. Perché è stato attraverso le parole che quell’uomo ha colpito, prima ancora che con le sue violenze. È con le parole che tutto è diventato difficile. Insabbiato. Irrecuperabile.

E io quelle parole le dovevo ritrovare. E avere il coraggio, accompagnata per mano dall’autrice, di guardarle in faccia, di entrare in un mondo fatto della peggiore delle violenze e riuscirne infine. Scossa. Più consapevole. Più forte.


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