Blaturate

Sono una figlia di papà

Festa del papà 2019 – ecco come tutto è iniziato

Sono una figlia di papà. Quella che al momento non c’era nessuno della famiglia che poteva stare con me. E il nido era cosa strana, poco diffusa.

Quella che la mamma è tornata a lavorare, aveva sei mesi, dove la mettiamo.

Quella che il papà è passato a insegnare alle serali, così la mattina la tengo io.

Quella che ha avuto la fortuna di due anni di mattine che solo lei, negli anni Ottanta. E che ancora pensa a com’è stato pazzo e divertente. Crescere con la mamma, ma anche con il papà. E avere momenti da sola, sola con la mamma, ma sola con il papà.

L’infanzia col papà

Quando nessun uomo spingeva un passeggino, quando cambiare i pannolini era un’opera di ingegneria femminile e dare il latte cosa da donne.

Quando i papà non sanno proprio farlo per natura. Okay la nonna, la zia, la babysitter, se proprio proprio l’asilo nido dove c’è e funziona. Ma il papà no, il papà non è capace.

E invece il papà può e sa, basta lasciarlo fare.

C’era la mamma

La mamma era presente con le mani fresche e lo sguardo severo. Pulire le mani e correre ad abbracciarla. La mamma rideva, occhi luminosi e bocca grande.

La mamma aveva tutti i pomeriggi, i compiti e la cena, i lavoretti per le feste e i vestiti di Carnevale. La mattina correva alla 126 rossa e andava da bimbi che non ero io, che odiavo già perché l’avevano per sé.

La mamma leggeva per aiutare la febbre ad andare via. Odiava sentire le urla in giardino, “suona il citofono piuttosto”.

La mamma mi vestiva con abiti comodi, puliti e belli. Sempre pensati per il benessere mio. Tagliava i capelli dalla parrucchiera e chiedeva la frangia per tenerti in ordine.

La mamma sapeva e prevedeva tutto. Ma lo spazio di quelle mattine era tutto nostro, la libertà di avere un momento che era DEL PAPÀ.

Il papà è diverso

Le mattine del papà erano lasciate al suo gusto. Ed è importante perché lo spazio che era solo nostro, chiedeva un ritmo e un colore che fossero solo nostri.

La routine c’era, ed era questa. Io mi svegliavo e giocavo un po’ sul tappeto, pisolava un poco ancora sul divano. Poi via con la bici, su un secondo sellino sul palo che era un trespolo, facendo attenzione a non mettere i piedi tra i raggi della ruota. E per convincermi racconti di piedi triturati e raccomandazioni continue.

Con il papà compravamo il pane, e lui ne spezzava sempre il culetto per darmene un pezzo, ancora sulla strada di casa. Andavamo all’edicola e c’era il giornale per lui e il Topolino per me. L’uovo sbattuto con lo zucchero per merenda che poi non toccavi più cibo per dodici ore. Le mutande di mio fratello invece delle mie, scomode, ma “le cambi quando poi arriva la mamma”. Le biciclettate al Parco Querini, ognuno il suo libro ma la stessa panchina. La gente che conosceva, le chiacchiere infinite, la noia, “papà andiamo” e lui che non sentiva. Il cin cin con gli occhiali, due puffi Quattrocchi che si somigliavano già. I libri la sera, L’ultimo dei Mohicani, Il Vampiretto e tutto tutto Roald Dahl. Le mani sempre calde, di cui riuscivo a prendere solo il pollice, tutta intera era troppo grande. La barba da accarezzare e il gioco della parrucchiera . C’erano i vestiti che potevo scegliere e messi un po’ sempre in modo strano.

C’erano vi giuro visite quotidiane al Provveditorato, i colori erano marroni e scuri. Cos’era non lo sapevo, non lo so ancora. Cosa ci facevamo ancora meno. Ma per me Provveditorato è questo, è proprio l’infanzia.

C’erano noi due. E un tempo che era nostro, di libri e di letture. Di silenzi in due. Ognuno con il naso nel suo libro insieme.

C’erano il papà e la sua bambina.

E ora ho io una bambina. E il suo papà. E io vorrei solo fare a entrambi questo regalo. A lui lei, a lei lui.

E a lei il nonno, al nonno lei.

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