Vita da traduttore

Sono in grado di fare la traduttrice?

Vi è mai successo di chiedervi se siete davvero in grado di fare quello che volete fare? Se avete le capacità? Se non state puntando troppo in alto? Se non siete degli impostori (c’è una sindrome, non siamo soli). Vi siete mai chiesti: Ma sono in grado di fare la traduttrice?

A me succede da sempre.

Quando in quinta liceo ho mandato mia madre a chiedere al professore se fosse proprio il caso che andassi a studiare filosofia all’università. Perché sa, l’ha deciso da anni, ma visti i voti teme che non sia il caso. Ma lui ha detto Ma sì, vada vada. E io l’ho fatto, anche se avevo paura di essere sbugiardata a ogni esame. Il primo soprattutto, quando di Heidegger non capivo niente e dovevo fare caccia al soggetto. “La brocca broccheggia mondo.” Difficile anche da trovarlo quel dannato soggetto.

Uno dei primi riscontri come traduttrice

Comunque sia, a un certo punto mi sono detta, perché davvero non provo a tradurre?

Ecco il risultato. Sono andata a controllare, era il 7 gennaio e ho ricevuto un’email che si concludeva così:

“Nel complesso, la candidata non appare ancora matura per affrontare la traduzione che propone: incerta e troppo letterale, bisognosa di una sostanziale revisione.”

Gelo.

Avevo in mente di fare una residenza di traduzione

Avevo fatto domanda per una residenza di traduzione. Praticamente un sogno: due mesi da passare a tradurre, in compagnia di altre persone e guidate da una super mega traduttrice del calibro di Maurizia Balmelli. Che mi aveva detto davvero ti interessa? Dai, fa’ domanda. (Qui trovate qualche risposta alle vostre, di domande.)

L’avevo fatta. Avevo preparato in fretta e furia (la scadenza era ieri) una prova di traduzione e un dossier di progetto. Avevo fatto i salti mortali perché avevo sì iniziato a tradurre il libro, ma un po’ all’acqua di rose e in più in quel periodo fatto di anni facevo quattro lavori insieme. Avevo una scrivania accanto al letto e spesso non ricordavo neanche come fossi passata dall’una all’altro. 

Ma queste sono scuse. Non è stato il motivo del fallimento.

Il motivo era che il progetto era interessante ma io NON ERO ANCORA MATURA.

Che ero INCERTA e TROPPO LETTERALE.

La prova farcita di ERRORI di PIGRIZIA o FRETTA.

Insomma: il mio lavoro faceva proprio schifo. Peccato, perché il libro che proponevo nel progetto era anche bello, hanno detto.

Volete sapere che libro era?

“Chiederò perdono ai sogni” di Sorj Chalandon. E qui vi racconto come l’ho incontrato. E qui vi leggete l’incipit.

Cioè, parliamone.

Il libro a cui tenevo più di quanto abbia mai tenuto a un libro.

E ora cosa faccio?

Ero davanti a un bivio: accettare questo giudizio come definitivo e abbandonare la traduzione per sempre, visto che palesemente non ne ero capace.

Oppure.

Oppure scegliere di ribaltare questo giudizio, di accoglierlo e assorbirlo, incassare il colpo più che pararlo, farne una parte di me e costruirci attorno la traduttrice e la persona che volevo diventare.

Dimostrare che quello era un giudizio su una prova ma non un giudizio su di me, che sarei riuscita a tradurre e bene quel libro, che nei mesi a venire sarei maturata e avrei fatto un buon lavoro.

C’era il polpettone a dirmi questo. Perché io propendevo ovviamente per la prima opzione.

Benedetto polpettone

Ho deciso di ascoltarlo. E di non potermi permettere di prestare orecchio a quelle voci tristi. Di credere per un momento che ce l’avrei fatta. Anzi, di fare come diceva lui: prova a tutti che si sbagliano e lascia poi decidere agli altri se questo lavoro lo puoi fare o no. Provaci davvero, impegnati e non fermarti davanti a un no.

Anche se un no pesante, anche se un no così. 

Ho buttato via quanto fatto fino a quel momento. Ho ricominciato da capo. Ci ho messo il cuore. E ho provato a metterci anche la testa. Ho consegnato il libro, è andato bene. Il lavoro era accettabile, ma ovviamente non posso sapere se mi sono riscattata davvero. L’ho fatto dentro di me però. Che forse è la cosa più importante.

Ho vinto la battaglia ma non la guerra

Ma la battaglia ovviamente non è mai finita. Volete la prova? Dopo aver scritto queste righe, mi sono rimessa a lavorare alla traduzione che sto facendo. E, fresca di quel no, riletto a cinque anni di distanza, ho pensato: forse hanno ragione, ma dove voglio andare?

Ahia.

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