Interpreturato

Come ho iniziato a fare l’interprete

Ovvero Breve Storia dell’Interpretariato

La prima volta è andata così.

David Fauquemberg veniva in Italia. Doveva presentare Mal tiempo, in alcune presentazioni che avrebbe fatto seguito al Festivaletteratura di Mantova.

Di questo nostro incontro, vi racconto da un’altra parte. Perché con David Fauquemberg sono stati giorni belli. Giorni che ancora adesso mi riecheggiano nella testa e mi parlano del mio lavoro, quello di oggi e non quello di allora.

Ma torniamo a noi. Ero l’addetta stampa della Keller editore e l’editore ha detto: “Vai tu Turato, fagli da interprete!”

Eeeeeeeeeeeeeh?

Quel che non soffoca ingrassa

Questa era un po’ la tecnica dell’editore: ti butto in acqua, o affoghi o impari a nuotare. Devo dire che con me, che tendo sempre a tirare indietro, a tentennare, a evitare le cose che voglio ma che mi fanno paura, a non sentirmi mai pronta, mai all’altezza, mai mai mai… bè, con me questa cosa funziona. Ti odio, ma funziona.

E quindi si era deciso così. David Fauquemberg sarebbe stato ospite del Trentino Book Festival. Credo fosse la prima edizione. Ricordo un gran caldo, la piazza di Caldonazzo deserta e tutti al lago a rinfrescarsi.

Al momento dell’incontro qualche temerario però si era presentato. Non pochi, a dirla tutta.

E io lì, accanto a David Fauquemberg.

La preparazione necessaria (che io non ho)

Dovete sapere che per fare gli interpreti si deve studiare. Ci sono delle tecniche, delle preparazioni, s’impara a far funzionare il cervello in due lingue in contemporanea, o in alternativa a utilizzare degli stratagemmi per ricordare tutto e restituire le parole d’altri. Traducendole al volo, velocemente. Parlando al posto di un altro.

Il lavoro di interprete è uno dei più stressanti al mondo, ho letto da qualche parte.

La scuola per interpreti è durissima.

Mi ricordo in Erasmus, c’erano delle ragazze della scuola per interpreti. Erano tutte molto padrone del proprio corpo, sembravano sempre concentrate, sempre reattive. Erano impressionanti. Io studiavo filosofia: vi lascio immaginare. Ero abituata a gente sempre disattenta, sempre poco presente al proprio corpo, sempre persa in altro. Gente che faceva del suo essere distratta un vanto.

Dilettanti allo sbaraglio

Insomma, io quegli studi lì non li ho fatti. Ma sono abituata a rimanere a galla. Perché ad affogare non ci tengo granché.

E quindi ho iniziato tutta baldanzosa. Gli ho chiesto di non fare frasi troppo lunghe. Di ricordarsi di me, perché non sono una professionista.

Puoi parlare lentamente per favore?

Lui mi ha detto certo certo. Ma avrei imparato che non è mai vero. Perché poi si fanno trasportare dal discorso, dalla conversazione, vogliono finire il concetto. Succede spesso che si voltino verso di te e si fermino di botto, gli si vede proprio sbarrare gli occhi: si erano dimenticati che esisti.

Ma devo dire che me la stavo cavando bene. Lui racconta della boxe e dei grandi dello sport. Di tutti gli sport: parla di Maradona, di questo e quello, a un certo punto passa al tennis. Non ne so niente, ma va bene, figurarsi, in qualche modo si farà.

L’inciampo

E lui dice un nome. Eh? Gli chiedo di ripetere. Non ho capito, dico io. E lui di nuovo lo dice.

E io di nuovo non capisco.

Ma mica possiamo continuare così. Non gli posso certo chiedere di fare lo spelling.

Tiro dritto, scrivo quel che ho capito. Lo dirò velocemente, non se ne accorgerà nessuno.

Tanto non è questo il punto.

Non ci farà caso nessuno.

Stai tranquilla, Turato, hai la situazione sotto controllo.

Parlo io. Dico il nome. Lo dico di fretta, passando subito al concetto successivo.

Lo dico.

Volete che lo dica anche a voi?

Okay.

Preparatevi.

Perché è una cosa grande.

Pronti?

Vado?

Okay.

Ho detto…

FEDÉRA

Giuro. L’ho detto così. Non mi ha sfiorato neanche l’idea.

Il grido dal pubblico. Che col cavolo che non se n’è accorto: sono tutte bestie là fuori.

FEDERER

Eh? E chi è?

Si ferma tutto. Fauquemberg si gira e mi fa: “Ma non sai chi è?”.

Me l’ha ripetuto per tre giorni. “Ma davvero non sapevi chi è Federer?”.

No.

Vergogna!

Non lo sapevo. Questa cosa me la sono portata appresso per anni. Ogni tanto quando ci scrivevamo saltava di nuovo fuori. Lui mi diceva che stava cercando di imparare l’italiano, mi suggeriva di farmi una cultura minima di sport. Ci scherzavamo su.

È diventato il mio spauracchio. Ma vi racconterò di come l’ho superato e di come questa cosa qui succede ancora, che non sappia i nomi, e di come non mi faccia più paura.

Però ho rotto il ghiaccio. Ho fatto una brutta figura e sono sopravvissuta. Ho cominciato a prenderci gusto. Me la faccio ogni volta sotto, a ogni interpretariato, ma mi diverto così tanto che il gioco vale la candela.

Però Federer, signori miei, quanto mi sta sui coglioni Federer voi non ne avete neanche un’idea.

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