Traduzioni

Come si fa a tradurre quello che si vuole

Ovvero di come ho fatto a tradurre il mio primo Chalandon

Come, quando e perché

Non ricordo l’anno esatto, ma penso fosse il 2011. Sì, il 2011, l’anno in cui ho fatto la mia prima mossa intelligente da traduttrice. L’anno in cui ho imparato come fare a tradurre quello che vuoi.

Era ottobre, il mese che nel mondo dell’editoria fa rima con BUCHMESSE. Tradotto (per stare in tema), Fiera Internazionale del Libro di Francoforte. LA fiera del libro. Il mondo del libro dentro un dedalo di padiglioni. Promesso che un giorno ve ne parlo, perché la Buchmesse richiede un capitolo tutto per sé.

Insomma, era la prima volta che sbarcavo a Francoforte, ed ero intenzionata a ricavarne tutto il possibile, a spremere ogni parola fuori da quei libri. E a portare a casa un bel libro. Ma che dico, un libro FIGHISSIMO. Che avrei tradotto io, Me Medesima.

Provate a immaginare

Immaginatevi questo però. Un turbinio di agenti letterari, case editrici, editor agguerriti e responsabili dei diritti ridotti ai minimi termini. Fantocci abbandonati sulle sedie di tavoli ai quali si avvicendano le conversazioni, al ritmo di una ogni mezzora. Neanche il tempo di un caffè, le pause pranzo sono di lavoro, le file al bagno scenario di aste segrete, gli aperitivi il momento in cui si giocano le vere partite.

E in tutto questo: io. Senza. Uno. Straccio. Di. Appuntamento.

Ho fatto così:

Ho fatto così. Ho indossato la più elegante delle mie facce da culo e quello vero, di culo, l’ho scaricato sulle sedie vuote che ho incontrato. All’urlo di “le rubo solo un minuto” mi sono imposta a molte, moltissime case editrici. A persone troppo stanche per protestare davvero. A poveri cristi che se hanno anche provato a resistere, sono stati travolti dalle mie chiacchiere. Peggio. Hanno pure dovuto espormi “quello che avevano di bello da consigliarmi”, dopo una breve ma tramortente descrizione di quello che cercavo.

Ho trovato la preda giusta

Particolarmente distrutto dal tour de force era il responsabile dei diritti di Grasset, una casa editrice francese abbastanza grande di cui avrei in qualche anno visitato la sede a Parigi. Ma anche questa è un’altra storia.

Approfittando del momento di confusione, mi sono fatta consigliare dal malcapitato “Retour à Killibegs”, poi diventato “Chiederò perdono ai sogni”. (Ecco l’incipit: qui)

E io mi sono accordata per riceverne subito una copia in PDF.

Ce l’ho fatta!

Ci sono stati tanti altri libri incrociati in quei pochi e intensissimi giorni. Ma non me li ricordo.

Forse perché avrei incontrato il libro che volevo tradurre, il primo libro che avrei fatto di tutto per tradurre. Il mio primo Chalandon.

Morale della favola

Allora come fare a tradurre il libro che vuoi tu? Bè, te lo vai a prendere!

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